«Io, prima di venire a Napoli, ero morto».
Le parole di Romelu Lukaku, pronunciate al termine di Verona-Napoli, non sono una semplice dichiarazione post-partita. Sono una vera e propria dichiarazione d’amore. E se a dirle è un top player di fama mondiale, uno che in carriera ha collezionato 814 presenze e 407 reti indossando dieci maglie diverse tra i professionisti, si comprende bene il peso specifico di quella frase.
Napoli, terra di sirene e di passioni che travolgono più di una mareggiata a Mergellina, ci è riuscita ancora una volta: ha fatto innamorare un altro campione. Questa volta a cadere nella rete , ed è proprio il caso di dirlo , è stato un gigante di 1 metro e 91 centimetri che veste l’azzurro con il numero nove sulle spalle. Napoli e la sua gente hanno compiuto ancora una volta la loro missione: dare amore. Un amore così potente da restituire vita e centralità anche a chi pensava di essere arrivato al capolinea della propria carriera. E Lukaku ha scelto di ricambiare tutta questa passione nel modo che conosce meglio: a suon di gol, possibilmente pesanti come macigni.
Sono belle, sincere, persino necessarie, le lacrime di Lukaku a fine partita. Lacrime che arrivano dopo l’abbraccio di tutta la squadra e che riportano il pensiero al padre, scomparso da poco, figura determinante nella vita del gigante di Anversa. Molto più di un infortunio al crociato, molto più di qualsiasi difficoltà fisica: è stato un peso dell’anima a gravare sulle sue spalle. E certe partite, certe notti, sembrano scritte apposta per alleggerirlo.
Sacrosante anche le parole di Antonio Conte, che nel post-gara ha sottolineato come, in questa stagione, il suo lavoro non sia soltanto tecnico e tattico, ma profondamente umano. Nell’anno del Mondiale tutto si complica: c’è chi spinge sull’acceleratore per convincere il proprio commissario tecnico e chi, invece, dosa le forze temendo l’infortunio che potrebbe cancellare il sogno della massima competizione calcistica.
Le partite contro l’Hellas Verona, lo sappiamo, non sono mai semplici. È una rivalità che negli anni si è caricata di tensioni, polemiche, episodi discussi e sfottò reciproci. Verona contro Napoli è anche nord contro sud, orgoglio contro orgoglio. Per questo le partite contro i gialloblù non vanno mai sottovalutate. Lo dimostra il pareggio dell’andata: è bastato regalare un tempo agli avversari per rimetterci le penne. È vero che il risultato al Maradona è stato condizionato da svarioni arbitrali penalizzanti, ma è pur vero che gli uomini di Conte, in quella occasione, apparvero leggermente svogliati. Incomprensibilmente, però, la lezione non è bastata.
Eppure, questa volta, la gara si era messa subito in discesa, con un gol di pregevole fattura di Rasmus Hojlund dopo appena due minuti. Un avvio talmente fulmineo da far pensare a una serata tranquilla, di quelle da gestire con ordine e cinismo. E invece no. Il Napoli, con una generosità quasi masochistica, ha deciso di trasformare una passeggiata in un’arrampicata senza corda. Con il passare dei minuti cresceva la sensazione che gli azzurri si stessero complicando la vita da soli, come chi, a furia di giocare col fuoco, finisce per bruciarsi.
Il pareggio del Verona è così arrivato puntuale e, nel finale, gli scaligeri hanno persino sfiorato il sorpasso. Il pubblico, come al solito in queste occasioni, spingeva; l’inerzia sembrava tutta dalla parte dei padroni di casa e il copione pareva il solito, già letto tante volte dai tifosi napoletani. Ma il calcio, si sa, ama riscrivere le sceneggiature all’ultimo rigo.
Quando tutto sembrava perduto, è salito in cattedra lui, l’uomo della provvidenza, il fedelissimo di Conte: Lukaku. All’ultimo secondo, il belga ha trovato il gol che vale tre punti pesantissimi, zittendo lo stadio e trasformando i “buu” in un brusio incredulo. Una rete che sa di rivincita personale e collettiva e che condanna, di fatto, i veronesi a una Serie B che attende ormai soltanto la matematica.
A undici giornate dalla fine, questi punti non sono d’oro: sono di platino. Fondamentali per una corsa Champions più agguerrita che mai, dove basta un attimo di distrazione per scivolare dal sogno all’incubo.
Una vittoria così i tifosi azzurri non la dimenticheranno facilmente. Vincere all’ultimo respiro regala un’adrenalina unica, di quelle che ti fanno perdere la voce e ritrovare la fede. E se tutto questo accade dopo novanta minuti macchiati dai soliti, beceri cori razzisti e dai “buu” insensati indirizzati a Lukaku, allora il trionfo assume il sapore di una giustizia quasi divina.
Perché a volte il calcio sa essere crudele. Ma, ogni tanto, sa anche essere tremendamente poetico.
Gennaro Di Franco


