Il programma del Lunedì sera

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Sogni e speranze

da | 21 Dic 2025 | Estero, Redazione, Serie A, Tifosi, TOP NEWS, Ultime news

Ci risiamo. È sempre la stessa storia, antica e ciclica come il calcio stesso. La Coppa Italia, la Supercoppa: trofei bistrattati, snobbati, considerati un fastidio. Nessuno li vuole davvero… fino a quando non li vedi lì, a un passo. E allora diventano tutto. Diventano ossessione, fame, destino.

Diciamola tutta: alla partenza questa Supercoppa in Arabia sembrava quasi un’intrusione, un corpo estraneo piantato nel cuore della stagione. Un viaggio forzato, lontano da casa e dalla gente. Ma poi il Napoli supera il Milan, approda in finale, e quel trofeo — che fino a ieri pareva inutile — improvvisamente si trasforma in un simbolo, in un cioccolatino d’argento che i tifosi napoletani, affamati di gloria e di palmarès, vorrebbero divorare in un solo morso.

Sarà finale tra Napoli e Bologna. E non poteva che essere così. Perché certe sfide se le sceglie il campo, non i regolamenti scritti male. Da una parte lo scudetto cucito sul petto dei partenopei, dall’altra la coccarda tricolore che brilla sulla maglia dei felsinei. Due segni, due sigilli, due verità.

Poco importa se questo calcio italiano, sempre più confuso e superficiale, con le braghe in mano ha deciso di fuggire in Arabia per inseguire l’ennesimo petroldollaro, stravolgendo logica e merito sportivo e allargando la competizione anche a chi sul campo aveva già perso. Milan e Inter erano stati chiamati a tavola senza invito. Ma ancora una volta è intervenuta la Dea Eupalla, quella cara a Gianni Brera, a rimettere ordine nel caos, a ristabilire la giustizia del pallone, a smascherare l’ennesimo tentativo di profanare il giuoco più bello del mondo.

Si giocherà in uno stadio surreale, popolato da sagome di cartone, da tifosi improvvisati che indossano la sciarpa dell’Inter ed esultano gridando “Forza Milan”. Un teatro dell’assurdo, una farsa grottesca che racconta meglio di mille parole lo smarrimento del nostro calcio.

Eppure, dentro questo scenario irreale, la partita di domani per il Napoli di Antonio Conte ha un peso enorme. Non è solo una finale. È una prova. È un esame di maturità. È il confronto con il Bologna, forse l’unica squadra italiana capace di giocare un calcio europeo: possesso ragionato, ritmi alti, coraggio, organizzazione. Una squadra che pensa e corre, che occupa il campo con intelligenza, che attacca l’area con più soluzioni, come fanno quelle che abitano stabilmente la Champions League.

Velocità di pensiero, velocità di esecuzione. Baricentro alto, pressing feroce, uomini che si muovono come un unico corpo.

Se Conte domani riesce a “sbolognare” il Napoli — a imporre il proprio marchio — mettendo i rossoblù sotto pressione costante, alzando il ritmo, liberando la velocità di Neres e Højlund, allora non troverà soltanto la chiave per vincere la Supercoppa. Troverà una strada. Una direzione. La rotta giusta anche per l’Europa che verrà.

Perché a gennaio attendono due battaglie fondamentali in Champions League, e da lì dovranno arrivare almeno quattro punti se si vorrà continuare a sognare. Ma questa, per ora, è un’altra storia.

Oggi conta il presente. Oggi conta dimostrare, anche sotto il cielo di Riad, che Di Lorenzo e compagni non sono campioni d’Italia per caso. Non per distrazione altrui. Non perché qualcuno “non ha saputo vincere”. Ma perché hanno costruito la vittoria giorno dopo giorno, allenamento dopo allenamento, sacrificio dopo sacrificio.
Domani il Napoli di Antonio Conte deve ricordarlo a tutti.

Deve mostrare che quel triangolino cucito sul petto non è un ornamento, ma un marchio di fatica e di sudore. È la prova che una squadra, più di tutte le altre, ha saputo trasformare le proprie speranze in certezze, i sogni in realtà.

E ora che ha imparato a vincere, non ha alcuna intenzione di fermarsi.

Gennaro Di Franco