“Sembra quasi di sentirli già”. Eccoli, i soliti vittimisti napoletani, quelli che a ogni occasione buona fanno del becero vittimismo o, come si usa dire al Nord, i “piangina”.
Un’etichetta comoda, utile a evitare il confronto con i fatti. Ed è proprio ai fatti che, per onestà intellettuale, conviene attenersi.
Viviamo in un Paese sportivamente bizzarro, dove la giustizia calcistica appare sempre più incoerente nelle sue decisioni. Un manipolo di pseudo-tifosi, evitiamo nomi per non alimentare il solito teatrino, compie un gesto gravissimo, il lancio di una bomba carta (chiamata “petardo” dai meno informati) che colpisce un lavoratore nell’esercizio delle sue funzioni, il portiere avversario.
La sanzione? Divieto di trasferta per i tifosi fino al 23 marzo.
Divieto che, però, magicamente si interrompe in occasione del derby Milan-Inter. Motivazione ufficiosa: l’ordine pubblico e i “movimenti di tifoseria”. Motivazione reale? un evento ad altissimo incasso che consente alla società coinvolta di attutire anche l’ammenda di 50 mila euro inflitta dal giudice sportivo.
Nel frattempo, però, restano chiuse fino a fine stagione le trasferte per le tifoserie di Roma, Fiorentina, Napoli e Lazio, a causa di scontri tra frange violente avvenuti sulle autostrade italiane, a chilometri di distanza dagli stadi e dalle partite.
Ricapitoliamo, allora: un ordigno lanciato in campo durante una gara, che colpisce un lavoratore, è considerato meno grave di scontri tra ultras avvenuti lontano dall’impianto sportivo. Una scala di valori che lascia interdetti e che contribuisce a erodere la credibilità non solo del sistema calcio, ma dell’intero impianto regolatorio del Paese.
Ma il cosiddetto “piagnisteo napoletano” non si ferma qui. Passiamo al tema mercato. Il calciomercato invernale si è appena chiuso e il Napoli, una delle pochissime società in Italia e in Europa con un bilancio strutturalmente in attivo, si è visto bloccare le operazioni in entrata.
Il motivo? Un parametro, il costo allargato del personale, l’unico ambito in cui il club avrebbe “ecceduto”.
Una situazione paradossale, che può essere spiegata con una metafora semplice: due soggetti vogliono costruire una casa. Uno ha un milione in banca, l’altro un milione di debiti. L’autorizzazione viene negata al primo perché la sera prima ha speso troppo a cena. Il secondo, invece, può continuare indisturbato.
Il tutto aggravato da un dettaglio tutt’altro che marginale. La norma in questione non è stata introdotta a inizio stagione, ma a campionato in corso, alterando equilibri e programmazioni già definite.
E veniamo alla gestione del calendario, altro nervo scoperto. I numeri, citati dallo stesso Antonio Conte in conferenza stampa dopo Napoli-Fiorentina, parlano chiaro. A gennaio il Napoli ha disputato tre partite in sei giorni e nove in ventisette giorni.
“Giocano tutti tanto”, si dirà. Vero, ma allora come si giustifica Napoli-Como, quarto di finale di Coppa Italia fissato di martedì, con gli azzurri reduci da appena tre giorni di riposo, mentre il Como, grazie al rinvio di Milan-Como, si presenta con nove giorni pieni nelle gambe?
Non è vittimismo, è analisi. Non è pianto, è cronaca. Raccontare queste distorsioni non significa chiedere favoritismi, ma pretendere coerenza, equità e rispetto delle regole. Chi ama davvero il calcio non può far finta di nulla.
Sugli errori arbitrali e sulle diverse interpretazioni del VAR scegliamo di restare fiduciosi, nella speranza, ormai rituale, che a fine stagione tutto si compensi, come si dice ogni anno.
Resta però una certezza: quando le decisioni appaiono sistematicamente illogiche, il problema non è chi le denuncia, ma il sistema che le produce.
Gennaro Di Franco
Vittimismo napoletano? No, cronaca di un sistema che non regge


