Il 15 settembre ripartirà Il Bello del Calcio, con tanta adrenalina per il quattordicesimo anno consecutivo. Il parterre sarà di altissimo livello con delle conferme importanti come Pierpaolo Marino, Stefan Schwoch, Massimo Giletti, Francesco Oppini. Per non farvi sentire la vostra mancanza, abbiamo deciso di condurvi alla nostra prima stagionale con degli appuntamenti speciali: la conduttrice nonché anima de “Il Bello del Calcio” Claudia Mercurio ha intervistato Arrigo Sacchi, uno degli allenatori più influenti della storia di questo sport. Un visionario, uno sguardo sempre coerente, interessante, identitario per il calcio, viaggiando tra i ricordi e il presente in cui spicca l’amicizia per Antonio Conte.
Mister, ci parli un po’ di Antonio Conte. Cosa ne pensa del suo lavoro?
“Conte è un mio amico da una vita, lo stimo tantissimo. Io gli volevo bene e siccome la Juventus stava cercando di prendere un allenatore [nel 2011, ndr], io li convinsi a prendere questo allenatore e c’è stato per tre anni. Dopo è voluto andar via [dalla Juventus, ndr], il che mi è dispiaciuto. Poi l’ho fatto venire in Nazionale e lui ha sempre lavorato molto bene, è una persona di alto livello. È bravo, è un grande motivatore, che lavora molto sulla mente e lavora bene. È riuscito comunque a creare una mentalità diversa, sia tra i giocatori che nella società, ma anche nella città di Napoli.
Un’amicizia storica, un rapporto che si è consolidato nel tempo. Come nasce questo legame?
“Ai Mondiali del 1994. Conte era con noi da calciatore, un centrocampista di alto livello e mi disse: ‘Mister io sto prendendo appunti su quello che sta facendo, le dispiace?’ Per me era un atto di modestia, e gli ho detto ‘Prendi tutto quello che vuoi’. L’ho fatto venire poco tempo dopo a Milano Marittima, c’erano dei giocatori anche del Milan, e lui cercava di apprendere tutto, e io ho detto: ‘Spero di non farti sbagliare qualcosa’. Purtroppo nel calcio italiano, purtroppo, tante persone non hanno ancora capito che non è sufficiente il catenaccio e contropiede.”
Cosa serve per trasformare quest’inerzia?
“Serve avere un gioco: il calcio italiano non ha mai avuto un suo sistema. Siamo delle persone difficili, molto difficili e dopo succede che ci inventiamo delle cose e le perdiamo. Il calcio non l’abbiamo inventato noi, l’hanno inventato gli inglesi. L’hanno portato in tutto il mondo e noi purtroppo abbiamo amato il calcio senza mai dargli uno stimolo. Abbiamo pensato di fare due cose: catenaccio e contropiede. Non c’è un sistema di gioco. Adesso ci sono [alcune, ndr] squadre che hanno un sistema di gioco.
Sviluppare dei principi, portarli con coraggio anche in Europa: è la lezione più importante che lei ha dato al calcio italiano?
“Il calcio è storia, avere delle idee, una squadra di persone che si impegnano al massimo e avranno con più facilità successo. La UEFA ha riconosciuto il Milan del 1989 come la più grande squadra della storia e io avevo dei ragazzi molto intelligenti che hanno giocato dando sempre tutto. Ci fu una sfida contro il Napoli quando vincemmo lo scudetto nel 1988, fu una cosa bellissima perché per la prima volta c’erano due squadre che lottavano, noi vincemmo e fummo premiati dal pubblico: per mezz’ora i tifosi del Napoli] ci applaudirono”
Qual è la prima indicazione per costruire una squadra che abbia la capacità di esprimere un suo gioco?
“Bisogna prendere persone non pensando ai piedi, ma guardando alla testa. Così si mette in difficoltà tutti, e così è stato con il mio Milan. Ho avuto la fortuna di avere un grande presidente e di avere dei grandi ragazzi. Noi cominciammo che c’erano 30.000 abbonati: dopo tre mesi, gli abbonati erano 90.000, si divertivano. Berlusconi era un grande presidente non solo per il calcio, una persona di grande classe e purtroppo in questo Paese avere persone di grande classe dà fastidio. Abbiamo vinto Coppe dei Campioni, abbiamo vinto tutto perché io avevo il suo appoggio. Una volta mi disse: ‘Io voglio dire due parole’. Risposi: ‘Presidente, se vuole anche tre’. E lui chiamò tutti i giocatori e disse: ‘Io ho tutta la fiducia in Arrigo, chi di voi lo seguirà rimarrà e chi non lo seguirà se ne andrà”
Dall’alto della sua esperienza anche in Nazionale, che ne pensa di Gattuso? Che ricordi ha della sua avventura con l’Italia?
“Gattuso è un ragazzo che può ancora fare di più, spero che lo faccia perché lo meriterebbe. Sicuramente non dimenticherò mai il Mondiale del 1994, secondo me non l’abbiamo vinto anche quel campionato del mondo anche per l’irruzione in politica di Berlusconi. Arrivammo in finale, però i politici avevano paura che noi vincessimo, siccome avevamo vinto [con il Milan, ndr] anche due Coppe dei Campioni consecutive. Perché pensava: ‘Se Berlusconi vince anche questa, è inarrestabile e manda via tutti’. Abbiamo pagato anche questo, siamo arrivati in finale, ai tempi supplementari, ai rigori, e non ce l’abbiamo fatta. La temperatura era di 41-42° e c’era anche umidità, nonostante questo siamo arrivati fino ai rigori”.


